Giovedì, 3 Aprile 2025 San SalvoOperaio di San Salvo cadde da una impalcatura e morìInflitte tre condanne dal Tribunale di VastoDopo più di quattro anni di attesa, hanno ottenuto i giustizia i familiari di Nicola Di Biase (in foto), l’appena 59enne di San Salvo (Ch) rimasto vittima dell’ennesimo, evitabile infortunio mortale sul lavoro occorso l’11 novembre 2020 nella stessa San Salvo: l’operaio, mandato a lavorare in un edificio a svariati metri di altezza senza alcuna protezione, a partire dai “banali” parapetti, è precipitato al suolo con conseguenze fatali. Nel tardo pomeriggio di ieri, mercoledì 2 aprile 2025, in Tribunale a Vasto (Ch), all’esito dell’udienza conclusiva del processo, il giudice dott.ssa Stefania Izzi ha pronunciato la sentenza condannando tutti e tre gli imputati per il reato di omicidio colposo in concorso con l’aggravante di essere stato commesso con la violazione delle norme antinfortunistiche: sono stati inflitti tre anni di reclusione a Maurizio Nucci, 45 anni, pure lui di San Salvo, il legale rappresentante dell’omonima ditta individuale a cui erano stati affidati i lavori in questione di ripristino e rifacimento delle facciate del condominio “Napoli2”, in via Monte Grappa angolo via Stingi (in foto), resisi necessari per la caduta di calcinacci dai sotto-balconi, nonché della Edil 2020 Srls, esecutrice e subappaltatrice degli stessi; due anni a Nadio Valentino Di Ninni, 43 anni, di Vasto, titolare della ditta T.E.S. srl, che aveva a sua volta ricevuto in subappalto alcune lavorazioni di risanamento, tra cui la ridipintura, e datore di lavoro dell’operaio deceduto; due anni anche ad Antonio Remigio Lella, 70 anni, di San Salvo, coordinatore in fase di progettazione e responsabile della sicurezza del cantiere. Il giudice ha altresì stabilito una provvisionale immediatamente esecutiva per il risarcimento, da quantificarsi poi in altra sede, a favore della vedova, costituitasi parte civile con l’avv. Marco Bevilacqua del Foro di Chieti che l’ha assistita unitamente a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini a cui la donna e il figlio si sono affidati, attraverso l’Area Manager per l’Abruzzo Mario Masciovecchio, per fare piena luce sui tragici fatti e tutte le responsabilità e ottenere giustizia: i familiari di Di Biase non hanno ancora visto un euro di risarcimento dalle compagnie di assicurazione delle imprese coinvolte e del tecnico. I tre imputati sono stati anche condannati in solido al pagamento delle spese legali sostenute dalle parti civili costituite, tra cui anche alcuni fratelli del lavoratore, a cui pure è stata riconosciuta una provvisionale. L’inchiesta, condotta prima al Pubblico Ministero della Procura di Vasto dott. Michele Pecoraro, e poi passata al collega dott. Giampiero Di Florio, ha dapprima escluso, attraverso l’autopsia, che l’operaio fosse caduto a causa di un malore: il decesso è stato dovuto unicamente ai gravissimi “politraumi da precipitazione”, cioè per la caduta, tra cui un trauma toracico, fratture multiple come quelle al bacino ed emorragie e lesioni agli organi interni. Quindi, grazie a una perizia tecnica ad hoc per ricostruire nel dettaglio le modalità dell’evento, di cui non vi erano testimoni, affidata all’ing. Marco Colagrossi, che ha potuto avvalersi anche delle immagini di una telecamera di video sorveglianza della zona, è stato accertato che la caduta sarebbe avvenuta nei pressi del lato ovest del castello di salita dell’impalcatura installata lungo le pareti del palazzo, da un’altezza di 4-5 metri, e con ogni probabilità dal “terrazzo privo di protezioni”. Sulla scorta di questi e tutti gli altri elementi assunti, tra cui i vari rapporti degli ispettori dello Spsal dell’Asl 2 Lanciano-Vasto-Chieti, il Sostituto Procuratore, al termine delle indagini preliminari, ha ritenuto pienamente acclarate pesanti responsabilità sul piano antinfortunistico in capo ai due imprenditori e al professionista, chiedendone il rinvio a giudizio e poi ottenendolo all’esito dell’udienza preliminare, con l’accusa, per citare la richiesta del Pm, di “aver causato la morte di Di Biase per colpa generica consistita in negligenza, imprudenza e imperizia nonché per colpa specifica consistita nella violazione delle norme che tutelano la salute e la sicurezza nei luoghi dei lavoro”. Ai due imprenditori, come riferisce Studio 3 A nella lunga nota sulla vicenda, è stato imputato di aver “omesso di adottare nel terrazzo del condominio da cui il lavoratore è precipitato, da un’altezza da terra di circa quattro metri, idonee opere provvisionali o comunque precauzioni atte a eliminare i pericoli di caduta di persone, nel caso di specie omettendo di installare, tra l’altro, parapetti e tavole fermapiede. Al professionista è stato contestato invece di “aver omesso di redigere il piano di sicurezza e coordinamento specifico per il cantiere edile in oggetto; di verificare, con opportune azioni di coordinamento e controllo, l’applicazione da parte delle imprese esecutrici e dei lavoratori autonomi, delle disposizioni loro pertinenti contenute nel piano di sicurezza e coordinamento e la corretta applicazione delle relative procedure di lavoro, nonché di verificare l’idoneità del piano operativo di sicurezza delle ditte Edil 2020 e T.E.S. srl, da considerare come piano complementare di dettaglio del piano di sicurezza e coordinamento, assicurandone la coerenza con quest’ultimo, nonché omettendo di sospendere le lavorazioni nel cantiere fino alla verifica dell’installazione dei parapetti e delle tavole fermapiedi sul terrazzo, o di idonee opere provvisionali o precauzioni atte ad eliminare i pericoli di caduta delle persone, o comunque di segnalare tale inadempienza al committente o responsabile dei lavori”. Dopo oltre due anni di processo, alla fine nessuno dei tre imputati ha adottato riti alternativi e hanno affrontato tutti il dibattimento – l’udienza preliminare si era aperta nel lontano 15 settembre 2022 -, ieri finalmente la sentenza di condanna con le relative pene, che non restituiranno Nicola Di Biase ai suoi cari ma rendono loro almeno un po’ di giustizia, nella speranza che questo punto fermo sblocchi la definizione della questione risarcitoria evitando loro l’ulteriore calvario di dover intraprendere anche una lunga causa civile per ottenere quanto dovuto. |